ClassiX #1: Marvels – Elogio alla Meraviglia

Fumetti
Redazione
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Dark Times Ahead

Correva l’anno 1993. Un anno dopo la nascita della Image Comics iniziò a non esserci più posto per tutti e tre i grandi squali dell’editoria del comic (Marvel, DC e Image), e mentre la DC cercava a tutti i costi di rimanere a galla, la Marvel perse il 60% del valore delle sue azioni. Era il preludio a qualcosa di sinistro.

L’incapacità di riconoscere i diritti dei disegnatori e, correlativamente, di svecchiare alcuni dei personaggi più famosi e in voga, unito ad una non opulenta gestione delle risorse finanziare, costituì la testa di ponte per l’erosione delle fondamenta del gigante di Stan Lee e Jack Kirby (il quale sarebbe morto pochi anni dopo).

L’idea della Direzione, anzi, dell’ex Bullpen era cercare di “pompare” nuova linfa vitale al colosso americano, ora in lenta decomposizione. Ma il tempo a disposizione era poco.

Era l’inizio della fine.

 

In mezzo ad un anno fatto di numerosi crossovers (Operation Galactic Storm, Infinity War, X-Cutioner Song, Infinity Crusade, Maximum Carnage, Fatal Attractions, Bloodties e Siege of Darkness) e di numerosi licenziamenti “importanti” (con crisi nervose annesse, tra le quali si ricorda quello di Claremont e quello di Louise Simonson), il dipartimento editoriale decise di dare fiducia a due nuove facce dell’industria: il 34enne Kurt Busiek (impiegato presso il settore vendite) e lo sconosciuto pittore Alex Ross, di 24 anni.

La loro prima bozza di idea, quindi Marvels, riguardava essenzialmente uno showcase dello stile pittorico di Ross (una via di mezzo tra Norman Rockwell e Leroy Neiman) attraverso il viatico delle scene che hanno fatto la storia della Marvel. Il tutto contenuto in una mini-serie da 4 numeri, uno per ogni singolo/gruppo (Avengers, Fantastici Quattro, X-Men e Spider-man).

Il nome era già stato scelto, Marvels, una storia di meraviglia (e meraviglie) raccontare dal sapiente uso dello stile pittorico di Alex Ross.

 

 

L’idea iniziale tuttavia lasciò spazio ad un lavoro più ambizioso: la rivisitazione degli eventi chiave della storia Marvel (Golden Age, Silver Age) visti dall’occhio di un uomo normale, un fotografo. Era un progetto decisamente audace, che rischiava di concludersi con un more of the same, solamente con un vestito migliore (lo stile di Ross in luogo di quello usato a cavallo tra gli anni ’40 e ’60).

Fu un azzardo, con la Marvel in cattive acque, il minimo errore poteva decretare la fine della casa editrice. Era un salto nel buio, una mini da 4 numeri ad un prezzo superiore rispetto al normale e, per giunta, con un artista sconosciuto accoppiato ad un autore da back-up stories. Fu la cosa migliore fatta dalla Marvel degli anni ’90. Volenti o nolenti, allo scuro o consapevoli, nulla fu più la stesso dopo quell’anno. Sarebbe stato l’inizio della vertiginosa ascesa di Alex Ross, la riscoperta di Kurt Busiek come autore da big hit, ed anche il fondo del barile della vecchia Marvel (ma questa è un’altra storia).

FROM MARVEL TO MARVELS

Vi siete mai chiesti cosa voglia dire la parola Marvel? Bene, se la curiosità di scoprirne il significato non vi ha mai assaliti, ve lo diciamo noi: Marvel significa Meraviglia.

Ebbene sì, ciò che il nome stesso della casa delle idee vuole simboleggiare è la meraviglia; meraviglia che purtroppo non sempre il colosso americano è riuscito a rappresentare negli anni. Vi è stato un momento in cui la creatura del favoloso Stan non se la passava molto bene, rischiando addirittura di fallire per le basse vendite che avevano fatto perdere interesse ai lettori verso i loro beniamini. Eroi del calibro di Capitan America, Spider-man o il potente dio del tuono (tra i tanti) non incuriosivano più lettori, spingendoli a disinnamorarsi di un mondo che per decenni aveva fatto sognare intere generazioni.

Bisognava ritornare alle origini e ripensare a cosa volesse simboleggiare quella parola con un significato così altisonante ma che, paradossalmente, di meraviglioso non aveva più nulla. Proprio per venire incontro ai lettori ormai privi di interesse, la Marvel decise di creare Marvels, il vero gioiello degli anni 90 che andò un po’ a stravolgere la canonica visione del supereroe classico. Ecco quindi l’idea geniale di un duo di giovani artisti che vollero raccontare decenni di storia in una singola opera. Un’opera passata alla storia per aver stravolto la stessa concezione classica di fumetto. Riconosciuta come un vero e proprio caposaldo, Marvels diede la possibilità a due giovani artisti in erba – Kurt Busiek e Alex Ross – di farsi conoscere al grande pubblico.

Busiek, in quanto mente del progetto, decise di voler realizzare un’idea estremamente  brillante, qualcosa che non fosse mai stata fatta prima, ovvero ripercorrere gli eventi più importanti della storia della Marvel tramite  l’occhio dell’uomo comune, così da far provare al lettore la sensazione di vivere un’esperienza più simile alla realtà. In sostanza quello che fece Busiek non è stato incentrare la storia sul supereroe di turno ma lasciare che il vero protagonista fosse l’uomo normale, un giornalista per l’esattezza, che ci racconterà i più importanti eventi tramite le sue foto.

E qui la trovata originale di quest’opera, raccontare una storia nella storia tramite interludi, dove il nostro vero protagonista, Phil Sheldon, questo fotoreporter che lavora per il Daily Bugle, ci narrerà momenti salienti come il leggendario scontro tra Namor e la prima torcia umana, o gli eventi di Capitan America e Bucky durante la guerra in Europa, o il momento forse più toccante di tutta l’opera: quando ci viene mostrata in tutta la sua crudezza l’intolleranza del genere umano verso i mutanti. Come non rimanere folgorati da quell’immagine di arcangelo che tiene tra le braccia la piccola bambina mutante (il parallelismo qui con l’antisemitismo è molto forte), in cui vediamo lo stesso Sheldon armarsi di mattone e lanciarlo contro gli stessi mutanti che la folla maledice definendoli scherzi della natura.

Ciò che fa innamorare di quest’opera probabilmente è dovuto alla possibilità di leggere quella quotidianità di Phil Sheldon, potendo collegare ogni evento memorabile ad una “meraviglia”, un avvenimento avvenuto nell’universo Marvel che può essere collegato a un momento della vita del reporter. Proprio negli eventi quotidiani della vita di Sheldon notiamo la magia vera dell’opera, come i figli che lo aiuteranno a far crollare quei pregiudizi verso la diversità quando scoprirà a sua insaputa di ospitare in casa una bambina mutante. Sheldon in tutta l’opera viene dipinto come un uomo ossessionato dall’elemento supereroistico (una ossessione che lo porterà quasi a perdere la sua famiglia), coniando questa definizione di Meraviglie che analizzerà nel tempo, non nascondendosi mai come loro fervente sostenitore e difensore anche nei momento più difficili.  La forza di Phil Sheldon come protagonista sta proprio nel portare nelle case dell’uomo comune gli eroi grazie alle sue foto prima, e poi tramite un libro che pubblicherà, cercando di creare una connessione tra il mondo straordinario dei supereroi e quello degli uomini comuni.

 

All’autore va dato il merito di trattare temi complessi come la xenofobia, l’intolleranza, il razzismo e ulteriori tematiche sociali, osservando da un’altra prospettiva  quegli eroi di cui destrutturalizza il solito concetto del paladino in calzamaglia, volendo approfondire diverse tematiche mediante una semplice domanda: quali sono le reazioni dell’uomo comune davanti lo straordinario? Una domanda lecita a cui Busiek cerca di dare risposta tramite questo fotoreporter che sacrificherà molto (tra cui un occhio) per perseguire quel compito di essere collante tra questi due mondi tanto lontani che lui cerca di avvicinare.

L’analisi che Kurt Busiek pone è quella di un mondo spaventato da qualcosa che non conosce, una umanità sconcertata e a disagio verso qualcosa di indicibile e sconosciuto. Un quotidiano in cui alla fine vedere uomini che si rimpiccioliscono al pari di formiche o raggiungono l’altezza di grattacieli non sarà tanto raro come alzare lo sguardo e vedere un aeroplano nel cielo, o mangiare al fianco di un uomo vestito con i colori dell’America, o essere spettatori di una battaglia tra un colosso verde e il figlio di una divinità

L’esempio più pregevole è sicuramente quello che possiamo leggere nelle prime pagine di Marvels, quando una spaventata torcia umana viene presentata, dal suo crudele e insensibile creatore, ai giornalisti che, sgomentati e intimoriti, ne invocano la distruzione definendola una minaccia per la società. In questo breve ma fondamentale accenno dell’opera possiamo notare come Busiek voglia soffermarsi sul tema dell’intolleranza e dell’aspetto inconfondibile dell’uomo di mostrare diffidenza e paura per quello che non conosce. Per tale motivo quest’opera ha un valore culturale non indifferente che va ben oltre il semplice intrattenimento giovanile volendo spingere il lettore a riflettere, immedesimarsi in essa e viverla come se potesse percepire quella realtà tanto fantastica ma al contempo tanto simile alle stesse tematiche vissute nel mondo reale.

 

THE LEGACY OF MARVELS: TIMELESS STORY OR OLD RELIC?

Inutile negare l’eredità lasciata da Marvels; sottacere i risultati che portò in casa Marvel sarebbe da sciocchi. Marvels costitui’ indubbiamente il “rubicone” (ideale) tra ciò che venne prima (Golden Age e Silver Age) e ciò che venne dopo (Dark Age).  Marvels ebbe il pregio di “svecchiare”, in un modo mai visto prima, le storie che negli anni ’60, e anche ’40, resero grande l’allora Timely Comics.

Ed ebbe altresì l’ardore di compiere questo risultato per il tramite di uno stile mai visto: impossibile, infatti, negare l’impatto di Ross sull’industria del fumetto. L’utilizzo sapiente di un everyman come protagonista permise a Busiek di raccontare della parabola discendente di alcuni eroi (e ascendente di altri) riflettendo, e rileggendo, in chiave critica l’impatto che quei momenti ebbero sulla storia.

La vita di Phil Sheldon può infatti riassumersi in quattro grandi momenti: lo stupore e la diffidenza iniziale per l’apparizione dei super-eroi (Golden age), l’era della meraviglia, del lavoro al servizio della comunità e del bene superiore (Silver age), la crescente preoccupazione della sostituzione dell’homo superior nei confronti dell’essere umano (Bronze age) ed infine, la disillusione del protagonista e la perdita di fiducia nei supereroi (Dark age). Momenti che, guarda caso, riflettono tutta la durata della mini-serie. Attraverso Phil Sheldon, altresì, è possibile vedere tutti i tropi e i crismi tipici del genere passarci davanti, alcuni di questi:

  1. Dall’amore per l’eroe americano (Cap. America) al disgusto per chi è diverso (binomio X-Men/Apartheid);
  2. Dalla metafora della fine del mondo (scena del prete che annuncia la “fine”, coincidente con la venuta di Galactus lo stesso giorno) all’utilizzo del grimaldello della “maglia rossa” (morte di Gwen Stacy quasi immediata alla sua introduzione);
  3. La decostruzione del supereroe tipico della Silver Age, in grado sempre di salvare il mondo e i suoi abitanti (teoria del “piedistallo rotto”, visibile nel disincanto di Phil dopo la morte di Gwen).

Marvels coincise altresì con la morte del concetto di supereroe vecchio stile (post Silver e Bronze age), la fine del periodo dei good deeds for good stories, delle lighthearted stories.

Era l’alba di una diversa era del fumetto americano. L’Image Comics, la DC (la morte di Superman), la nascita della Vertigo, la bancarotta della Marvel, alcune delle storie classico-essenziali viste negli anni ’80 (Watchmen, Il Ritorno del Cavaliere Oscuro, V per Vendetta, Ronin, The Killing Joke, La Saga della Fenice Nera, Dio Ama L’Uomo Uccide), furono tutti eventi precursori di un grande cambiamento nel mondo del fumetto supereroistico (e non).

Fu la morte del fumetto come lo conoscevamo.

Fu la nascita del fumetto che ora conosciamo.

Marvels, dal canto suo, riuscì a resistere a tutti questi cambiamenti, e ancora oggi viene costantemente ristampata e venduta; la si potrebbe quasi definire come una reliquia di un vecchio passato, oggetto di studio da parte dei più nostalgici.

Ancora oggi quando si pensa agli anni ’90 del fumetto americano si pensa ai tanti errori fatti (Rob Liefeld, Superman Electro, Jean Paul Valley come Batman, la saga del Clone, la Rinascita degli eroi, l’eccessivo fanservice,), alle tante scelte editoriali discutibili (fra tutte il fenomeno “ipertrofico” e pandemico delle variant cover) e alla volontà inflessibile (di certi editors) di voler a tutti i costi privilegiare un determinato pubblico (adulto) indorando loro una finta pillola di maturità (il tentativo della Marvel e della prima Image fu quello di voler copiare a tutti costi opere quali Watchmen, V per Vendetta e Il Ritorno del Cavaliere Oscuro, ma mancarono totalmente il punto centrale).

Ma quale fu il ruolo di Marvels? Fu quello di ergersi da baluardo allo scrigno dei ricordi dei tempi d’oro del comicdom americano, un perenne ricordo di quanto idealistico ed eticamente connotato poteva essere il fumetto dell’era Golden/Silver (nonostante il riferimento sia più alla seconda era). Una rimembranza del punto di partenza del genere, un perenne viaggio nei ricordi, magistralmente illustrato con un’arte che prima pensavamo esistesse solo nei nostri sogni più reconditi. Ricordandoci altresì che ancora oggi, anche adesso, la Silver age vive ancora, anche grazie a lavori successivi, pregnanti totalmente degli elementi di quel periodo, alcuni esempi possono essere dati da Supreme, Kingdom Come, Astro City, Starlight, Justice.

 

ONE (TOO MANY) SEQUELS AND COPYCATS

Marvels ovviamente ebbe numerosi spin-off e imitazioni (Tales from Marvels, Marvels: L’Occhio della Fotocamera, Progetto Marvels), ebbe anche una sua “variant” ufficiosa in Kingdom Come, per la DC. Altresì venne creata da Warren Ellis una versione decostruita di Marvels, improntata al pessimismo totale, ossia Ruins. Sarebbe interessante porsi la seguente domanda, il seguente what if?, cosa sarebbe successo se Marvels non fosse mai stato pubblicato? O se fosse stato pubblicato in un diverso periodo per la Marvel? Guess we’ll never know.

ALEX ROSS, THE MAN BEHIND THE CANVAS

Inutile sottacere l’importanza di Alex Ross dietro Marvels. L’utilizzo magistrale di uno stile pittorico per “restituire” dignità a quegli uomini/donne in calzamaglia, ed altresì superbo per rendere graficamente il grandeur del supereroe e delle loro azioni. Nessun artista sarebbe stato in grado di rendere una calzamaglia cosi’ seria e importante come fece Ross in Marvels.

Uno stile richiamante l’iper-realismo di Rockwell, il suo stile nostalgico e romantico (riferimento chiaro alla vecchia era del fumetto) unito alla dinamicità di Leroy Neiman. Mentre Rockwell dipingeva il quotidiano dell’outback americano e la vita delle persone, Alex Ross si focalizzò invece sui supereroi, sulle grandi città, sui grandi momenti. Con lo stesso livello di realismo e perizia.

Per Marvels, o in generale per molti dei suoi lavori successivi, Ross utilizzò modelli reali come soggetti per le sue tavole, e quando non erano disponibili si ispirava direttamente ad altre persone (es. Freddie Mercury per Namor, Timothy Dalton per Iron Man, Patrick Stewart per il Professor X, curiosamente ben prima che questo fosse scelto per la trasposizione cinematografica degli X-Men). Ne ha fatta di strada quel ragazzone i cui idoli principali erano John Romita Sr e George Perez; ne è passata di “acqua sotto i ponti da Marvels” e nonostante tutto, Alex Ross continua a lavorare instancabilmente, facendoci emozionare ogni volta con i suoi lavori. Anzi, con la sua arte.

Ancora oggi quando vediamo una cover, con il suo consueto stile pittorico, sappiamo a chi si riferisce e quasi automaticamente diventa un must buy. Perché? Perché sappiamo del valore di Alex Ross, e vorremmo vedere i suoi lavori non solo limitati alle cover. Successivamente a Marvels, Ross lavorò con Mark Waid su Kingdom Come (DC, altra decostruzione del fumetto Dark Age e ricostruzione della Silver Age), Justice con Jim Krueger (decostruzione del dualismo bene e male e recupero di alcuni concetti tipici della silver/bronze age), Astro City con Busiek nuovamente (decostruzione del Supereroe, ricostruzione come uomo comune, con i suoi demoni e i suoi desideri). Successivamente lavorò anche per case minori (Dynamite Ent.) su lavori come Kirby Genesis e Project Superpowers. Oggi lo si vede prevalentemente impegnato a fare lavori sulle cover per la Marvel/DC (dato il tempo necessario per dipingere), pur non disdegnando mostre ed eventi auto-celebrativi dei suoi, ben sudati, lavori.

Ma chissà, forse il tempo è di nuovo propizio per un’altro racconto di Ross, specie in un periodo di decadenza editoriale della Marvel.

 

Articolo scritto a quattro mani da Marco Vuono e Massimiliano Perrone

8.8

Storia

8.5/10

Arte

10.0/10

Scorrevolezza

8.5/10

Originalità

8.0/10

ClassiX Factor

9.0/10

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